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sabato 22 novembre 2025

Quando la misoginia diventa un lavoro di squadra: sì, tra gli admin di “Mia Moglie” c’era anche una donna

 

Certo, era facile indignarsi immaginando il gruppo Facebook “Mia Moglie” come l’ennesimo covo di maschi frustrati e digitalmente esibizionisti.

Poi arriva la notizia – riportata dagli organi di stampa e dagli atti dell’indagine – che tra gli amministratori c’è anche una donna.
E improvvisamente tutti ammutoliscono.

Perché sì, è molto più comodo raccontarsi la fola che la misoginia sia un virus esclusivamente maschile.
Un nemico esterno, riconoscibile, lontano da noi.
Peccato che la realtà, come spesso accade, sia più scomoda: a volte a tenere in piedi certe strutture tossiche non sono solo gli uomini, ma anche donne che vi partecipano attivamente.

La vera provocazione? Che nessuno vuole questa conversazione

Il fatto che una donna abbia avuto un ruolo attivo nell’amministrazione del gruppo ribalta completamente la narrazione da social indignati:
non è semplicemente una “complice inconsapevole”, non è una spettatrice.
Secondo quanto riportato dagli articoli di cronaca, partecipava alla gestione e alla moderazione.
E questo dà fastidio quasi più del gruppo stesso.

Perché ci obbliga a guardare in faccia un tabù che la società preferisce ignorare:
anche le donne possono alimentare una cultura che danneggia altre donne.

La parità arriva anche nelle responsabilità

Per anni abbiamo chiesto, giustamente, di riconoscere la parità.
Perfetto.
Allora riconosciamola fino in fondo:
la parità esiste anche quando bisogna rispondere delle proprie scelte, degli ambienti che si contribuisce a creare, della violenza culturale che si amplifica – qualunque sia il genere di chi la compie.

La lezione scomoda

Non tutte le donne stanno automaticamente “dalla parte giusta”.
Non tutti gli uomini sono automaticamente il problema.
E a volte chi dice di difendere le donne è il primo a non sopportare che una donna possa essere chiamata a rispondere del proprio ruolo in una dinamica tossica.





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